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ECCO I PRINCIPALI SERVIZI

La copertina della Manovella di settembre è dedicata ad una splendida cinquantenne: l’Alfa Romeo Alfetta. Innovativa, bella nonostante il design di forte rottura rispetto alle precedenti Giulia e 1750, caratterizzata da una meccanica sopraffina, quasi da auto da corsa. La prima serie si riconosce per lo scudetto lungo e stretto al centro della calandra, incastonato come un diadema.

L’auto viene svelata ufficialmente alla stampa nei pressi di Trieste a maggio 1972. Il nome scelto è Alfetta, che rimanda alla tradizione corsaiola del marchio milanese: è quello che, gli appassionati affibbiarono alle monoposto 158 e 159 che vinsero i Campionati del Mondo F1 nel 1950 con Nino Farina e nel 1951 con Juan Manuel Fangio. Ma non solo: quelle vetture, così come l’Alfetta, che seppur è una berlina da famiglia, presentano struttura meccanica Transaxle. Il gruppo cambio (a 5 marce), differenziale e frizione (monodisco a secco,che permette quindi all’albero di trasmissione di innestarsi direttamente sul volano ruotando sempre alla medesima velocità dell’albero motore) tutto collocato al retrotreno per neutralizzare i pesi sui due assi. Completano l’insieme: struttura di sostegno tubolare formata da uno snodo di collegamento alla scocca e bracci longitudinali per sostenere le ruote; freni a disco in-board per eliminare le masse non sospese; barra stabilizzatrice, ammortizzatori idraulici telescopici e molle elicoidali. Avantreno a ruote indipendenti, quadrilateri trasversali che ospitano gli ammortizzatori telescopici, barre di torsione longitudinali, barra stabilizzatrice, puntone di reazione superiore obliquo. I freni sono, ovviamente, a disco anche all’anteriore.

Certamente non inedito ma sempre validissimo è il propulsore, il 1779 cc 4 cilindri in linea longitudinale con distribuzione bialbero in testa, totalmente in lega leggera, montato sulla 1750, a sua volta di derivazione Giulia. Qui però, l’alimentazione con due carburatori doppio corpo orizzontali Weber 40 DCOE/32, il nuovo disegno dei collettori di scarico e una coppa dell’olio anch’essa in lega, permetteranno una potenza di 122 CV DIN a 5500 giri/min. Novità anche per il raffreddamento, garantito da una ventola azionata da un termostato e non più dal motore.

Fin da subito apparirà chiaro che l’Alfetta avrebbe introdotto uno stile di rottura ma in grado di reinterpretate alcuni stilemi irrinunciabili per la casa. Ci si concentra sulle figure geometriche, sui tagli netti, su un andamento che segua morbidamente il profilo del cuneo, filone stilistico che avrebbe caratterizzato le grosse Alfa fino a tutti gli anni 2000. Il frontale, leggermente spiovente, con cofano piatto e profilo orizzontale incassato, presenta i tradizionali 4 fari tondi inscritti in una mascherina interrotta al centro, dove un “supporto” ricavato sulla lamiera incornicia e nobilita lo stupendo scudetto a 7 listelli col logo del Biscione in cima, dal profilo esile e allungato (questo, quando nel 1975 sarebbe stato sostituito da uno più largo e dall’aspetto un po’ posticcio, avrebbe portato gli appassionati a soprannominare la prima Alfetta, con un misto di malinconia e riverenza, “Scudetto Stretto”).

Più complessa la definizione della fiancata: fin da subito elemento considerato irrinunciabile è il profilo a diedro onnipresente, che si interrompe solo per lasciare spazio al “labbro” del passaruota anteriore, il “timone” fondamentale di una vettura sportiva e prestazionale e zona dove maggiormente cade lo sguardo. Il motivo, in effetti, rende la fiancata dinamica, slanciata e visivamente leggera. Anche la linea di cintura non è dritta ma, all’altezza del deflettore del finestrino posteriore, “sfugge” verso l’alto con un profilo a gomito che influisce sulla fluidità del disegno. I montanti sono sottilissimi, i vetri, per la prima volta su un’Alfa Romeo, curvi, parabrezza e lunotto inclinati (incollati alla carrozzeria senza guarnizioni). Così, gli interni risultano luminosi, spaziosi e confortevoli – nonostante il massiccio tunnel centrale – mentre l’ampia superficie vetrata apribile garantisce una ventilazione ottimale.

Importante, quasi monolitica, benché proporzionata, la coda alta e corta, mossa dal “solito” profilo a diedro orizzontale, ripulita da ogni orpello, se non per la scritta in corsivo del modello e i due grandi gruppi ottici rettangolari e ospitante un bagagliaio capientissimo.

La storia dell’Alfetta berlina è lunghissima e costellata di innovazioni come probabilmente per nessun’altro modello del Biscione.

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L’Alfa Romeo Alfetta GT avrebbe dovuto rinverdire i fasti delle tradizionali coupé Alfa (dalla Giulietta Sprint alla 2000 GT) ma arrivò nel momento sbagliato, in piena crisi petrolifera. La versione più sportiva dell’Alfetta ebbe comunque un discreto successo ma per fascino, potenza e prestigio avrebbe meritato ben altra sorte.

The Italian Mini! La storia delle Mini italiane, prodotte dalla Innocenti, è una bella vicenda di sinergie industriali e commerciali, che ha permesso all’iconica utilitaria inglese di avere una grande diffusione anche nel nostro Paese.

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